Dark Passion Play

Recensione di Valentina


Dopo quasi due anni dal burrascoso licenziamento di Tarja Turunen finalmente la musica torna protagonista in casa Nightwish e lo fa in grande stile con Dark Passion Play, sicuramente una delle uscite più attese di quest’anno. La grande attenzione rivolta alla band finlandese è assolutamente giustificata: non solo si tratta del primo album cantato da Anette Olzon, scelta tra più di mille candidate come nuova voce; Dark Passion Play è anche il disco finlandese più costoso della storia e per giunta l’intero costo dell’opera è stato sostenuto dalla band stessa. Infine il successo del precedente Once ha fatto sì che il nome dei Nightwish diventasse familiare a una fetta di pubblico sempre più ampia, che attende con ansia di ascoltare l’ultima fatica del quintetto scandinavo.

Anche per questo disco, come per Once, i Nightwish si sono avvalsi della collaborazione di Pip Williams e della London Session Orchestra, presente praticamente in tutti i brani e in versione ampliata rispetto al precedente album, insieme al coro delle Metro Voices e a un vero e proprio ensemble gospel. Le sessioni orchestrali hanno impegnato ben otto giorni presso i leggendari Abbey Road Studios di Londra.

Il significato del titolo, Dark Passion Play, è una questione aperta. A una prima lettura si potrebbe tradurre come “Oscura commedia di passioni”, ma “Passion Play” è anche un termine che è utilizzato per indicare la rappresentazione della Passione di Cristo. Questa ambiguità è frutto di una scelta voluta, lo stesso Tuomas ha dichiarato che entrambe le interpretazioni possono essere valide e sta all’ascoltatore decidere quale sia la più adatta.

Un’atmosfera oscura, rabbiosa e malinconica permea l’album, interrotta solamente da Amaranth, il primo singolo, un raggio di luce nelle tenebre di Dark Passion Play. Non mancano i riferimenti alle vicissitudini relative al licenziamento di Tarja, che sicuramente ha lasciato cicatrici profonde in Tuomas, principale compositore e unico autore di tutti i testi. Tuttavia non tutto il disco si concentra sui i recenti avvenimenti, si trovano anche ispirazioni diverse, come la nostalgia per l’infanzia in For The Heart I Once Had e Meadows Of Heaven, una vena più immaginaria in Sahara e The Islander, un filone un po’ noir in Cadence Of Her Last Breath e Whoever Brings The Night e riferimenti a Walt Whitman sparsi qui e là, in particolare in Seven Days To The Wolves, ispirata dal film L’Attimo Fuggente.

A livello musicale si nota una certa continuità con Once per quanto riguarda l’uso dell’orchestra e in generale per la continuità che è possibile tracciare tra alcuni brani di Dark Passion Play con quelli del precedente lavoro. Non è difficile stabilire una sorta di relazione musicale tra Bye Bye Beautiful e Wish I Had An Angel o tra Sahara e The Siren. Ci sono però anche diversi nuovi spunti, come ad esempio l’introduzione di un coro gospel in Eva e Meadows Of Heaven, l’introduzione delle voci bianche in The Poet And The Pendulum, l’utilizzo di strumenti della tradizione celtica come la cornamusa e il violino folk o ancora di riferimenti alla musica tipica finlandese con l’utilizzo di un particolare strumento chiamato Kantele.

Non va ovviamente dimenticato il contributo di Anette Olzon. Il suo modo di cantare è talmente differente da quello di Tarja che sarebbe insensato tentare un qualsiasi confronto. La voce operistica lascia il posto a un cantato moderno, a tratti rockeggiante ma molto versatile. Sorprende la capacità di Anette di adattarsi alle ballad più dolci così come ai pezzi più grintosi, mantenendo sempre inalterata la propria identità. La prova della cantante svedese si rivela senza dubbio convincente, ma non è possibile esimersi dal citare anche la prova di Marco Hietala, protagonista di due intere canzoni e sempre più presente dietro al microfono. Anche lui si destreggia con tecniche diverse da quelle che abitualmente gli abbiamo sentito utilizzare e ciò non fa che confermare le sue ottime doti di vocalist.

Inusuale la scelta di aprire le danze con una suite da quasi quindici minuti: The Poet And The Pendulum. E’ evidente la citazione del racconto “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe, nel quale il pendolo altro non è che uno strumento di tortura, una sorta di spada di Damocle che oscilla avvicinandosi sempre di più alla sua vittima. Le cinque parti che compongono il pezzo sono una sorta di colonna sonora dalla potente capacità narrativa: la testa si riempie di immagini, come se si trattasse di un film immaginario. Impreziosiscono l’opera le voci bianche, che da narratrici diventano protagoniste in alcune parti recitate. Il tutto viene completato dai cori epici e dall’alternarsi al microfono di Anette e Marco.
In questo brano Tuomas arriva addirittura a raccontare la propria morte, con un toccante epitaffio Non è questo il luogo per addentrarsi nella spiegazione dell’intero pezzo, nel quale l’ansia, la paura e il tradimento sono i sentimenti dominanti fino all’ultima parte, in cui, insieme alla rinascita del Poeta, ritornano la serenità e la pace.
Bye Bye Beautiful è il brano con cui i Nightwish danno l’addio a Tarja Turunen. Chitarre alla Rammstein e un beat un po’ tecno fanno da sottofondo al pezzo, che sarà il prossimo singolo. La composizione è diretta e il testo trasuda rabbia, tristezza e frustrazione per come il rapporto tra la band e la cantante si è interrotto.
Dal sapore ottantiano, Amaranth si dimostra un ottimo singolo, con un ritornello orecchiabile che rischia di dare assuefazione! Riferimenti fantastici, begli inserti orchestrali e un ottimo lavoro sulle backing vocals fanno di questa traccia un prodotto vincente, corredato da un bel video girato dal regista Antti Jokinen.
Cadence Of Her Last Breath è un brano ritmato in cui fanno capolino riff di stampo americano, mischiati a inserti di orchestra. Un ansito femminile scandisce alcune parti del pezzo, rendendo più vivido il quadro dipinto dalle lyrics, un’ossessiva ricerca della bellezza, che si può trovare anche nella cadenza di un ultimo respiro.
L’impatto devastante di Master Passion Greed esprime lo sfogo di rabbia della band nei confronti del marito di Tarja, Marcelo Cabuli, a cui la canzone è espressamente dedicata. Il manager argentino è ritenuto dalla band il principale responsabile per la crisi che ha portato al licenziamento della Turunen, in particolare per le sue continue ingerenze e pretese, volte soprattutto a ricavare sempre di più dal gruppo. L’avidità viene definita come la sua principale passione, in questo pezzo di stampo thrash, con qualche citazione dei Children Of Bodom, cantato interamente da Marco. Un episodio veramente particolare, in cui è difficile riconoscere i Nightwish al primo ascolto.
Eva, utilizzata per la presentazione di Anette al grande pubblico, è ormai già diventata un classico per tutti i fan. Una dolce ballad impreziosita da bellissime orchestrazioni e cori che ne sottolineano i momenti più importanti.
Sahara trasporta l’ascoltatore tra le dune di un immaginario deserto, in un’atmosfera da “Le mille e una notte”. Melodie orientaleggianti e una storia fantastica di passione e desiderio fanno sognare l’ascoltatore ad occhi aperti.
Whoever Brings The Night trasporta l’ascoltatore in una dimensione spettrale con una venatura un po’ maliziosa, che a tratti ricorda La Sposa Cadavere di Tim Burton. Notevole la sperimentazione sulle voci, soprattutto per quanto riguarda il cantato di Anette nel ritornello.
Emppu accarezza la sua chitarra e culla l’ascoltatore con un riff che ricorda un po’ i For My Pain… La dolce melodia di For The Heart I Once Had fa sognare, mentre Anette dolce e melodiosa si produce in un prova vocale davvero eccezionale. Musicalmente si tratta di un brano molto lineare, ma lo ritengo una perla di questo album. Le cose più semplici a volte sono le migliori.
Un vecchio guardiano del faro sulla riva del mare, su un’isola sperduta nell’oceano, ecco chi è The Islander, protagonista di una ballata acustica ricca di influenze celtiche, magistralmente interpretata da Marco Hietala e rifinita dai cori di Anette nel finale.
Senza soluzione di continuità inizia Last Of The Wilds, una danza strumentale che vede protagonisti alcuni strumenti tradizionali e la chitarra di Emppu, in una guerra a suon di note tra Finlandia, Scozia e Irlanda.
Siamo quasi alla fine, ma Tuomas ha ancora un paio di munizioni nel suo caricatore. Per cominciare Seven Days To The Wolves, un mid tempo dal gusto classico, dove ancora una volta fa capolino il violino tradizionale irlandese. La ripresa prima del ritornello finale è uno dei momenti topici dell’album.
Segue poi Meadows of Heaven, magistrale brano di chiusura in cui Tuomas con una ballata malinconica Tuomas ci fa riscoprire l’infanzia, un paradiso e un rifugio che tutti noi custodiamo in fondo al nostro cuore. Da brividi il coro gospel nel finale, che si intreccia con la voce di Anette e la chitarra di Emppu, per non parlare dello splendido assolo di una voce nera.

Dark Passion Play è un album impegnativo, difficile da metabolizzare in pochi ascolti; la durata, pari a circa 75 minuti, non facilita di certo il compito e non è il solo indice di complessità di questo disco. Gli arrangiamenti sinfonici si fanno più ricercati rispetto a Once e grazie a un sapiente songwriting il mix finale tra band e orchestra risulta più omogeneo ed equilibrato. Ciò che colpisce più di tutto è la validità delle composizioni, sempre più ricercate e curate. La nuova era dei Nightwish si apre con un altro capolavoro, un trionfo musicale in cui il gruppo, la band e l’orchestra sono tutti piccole tessere di un mosaico che rasenta la perfezione.

 

Tracklist:

01. The Poet And The Pendulum
02. Bye Bye Beautiful
03. Amaranth
04. Cadence Of Her Last Breath
05. Master Passion Greed
06. Eva
07. Sahara
08. Whoever Brings The Night
09. For The Heart I Once Had
10. The Islander
11. Last Of The Wilds
12. 7 Days To The Wolves
13. Meadows Of Heaven
Bonus Track
- While YourLips Are Still Red
- Escapist